Clamoroso epilogo nel pattinaggio artistico: Ilia Malinin crolla nel libero e chiude ottavo. Vince a sorpresa il kazako Mikhail Shaidorov.
Non è una sconfitta qualsiasi. È una frattura narrativa. Perché quando arrivi ai Giochi con l’aura dell’imbattibile, quando sei il campione del mondo, quando ti porti dietro quattordici gare vinte consecutivamente e due anni senza perdere, non stai semplicemente pattinando: stai difendendo un impero. E gli imperi, si sa, fanno rumore quando cadono.

Malinin travolto dalla pressione: da favorito assoluto a ottavo. E lo show diventa caduta – barlettasport.it
Ilia Malinin doveva chiudere il discorso. Non gli era richiesto il numero da circo, non serviva l’azzardo. Doveva amministrare. Doveva controllare. Doveva essere freddo. Invece ha scelto la via più complicata, o forse è stato trascinato lì dalla pressione di un copione già scritto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: ottavo posto finale con 264.49 punti, una seconda parte di programma disarticolata, due cadute pesanti e un punteggio che rappresenta il suo minimo degli ultimi quattro anni.
Il paradosso è che il talento non è in discussione. Non lo è mai stato. È l’unico uomo ad aver completato in gara il quadruplo axel, salto che ha ridefinito i confini tecnici del pattinaggio artistico. È stato lui a spostare l’asticella. Ma ai Giochi non ha nemmeno provato a ripeterlo. Lo aveva annunciato, lo aveva inserito nel programma, poi ha cambiato. Un salto semplice al posto del gesto che lo ha reso iconico. Una scelta prudente? Forse. O forse un segnale che qualcosa non era allineato.
Il momento in cui la gara scivola via
La sensazione è stata chiara a metà esercizio. Non tanto per l’errore in sé – gli errori fanno parte dello sport – ma per il linguaggio del corpo. Il ritmo si è spezzato, l’energia si è abbassata. E quando è arrivata la seconda caduta, quella che ha lasciato il segno anche visivo, la gara si è trasformata in un inseguimento senza direzione. Ha chiuso con il consueto salto mortale all’indietro, marchio spettacolare che spesso accende il pubblico, ma era ormai un dettaglio coreografico in una prova compromessa.
In tribuna c’erano volti noti, tra cui la ginnasta Simone Biles e l’attore Jeff Goldblum. Erano lì per assistere a un trionfo annunciato. Hanno assistito invece a una scena diversa: mani sulla testa, occhi lucidi, incredulità autentica. “Sono scioccato, mi sono allenato tutta la stagione e ho fallito. Non capisco cosa sia successo, forse troppa pressione”. Non è una frase di circostanza. È la fotografia di un atleta che si accorge, in diretta, che il controllo non è sempre garantito.
Mentre l’attenzione era concentrata sul crollo americano, un altro racconto prendeva forma sul ghiaccio. Mikhail Shaidorov, ventunenne kazako, è risalito dalla quinta posizione con un programma libero di altissimo livello tecnico, chiudendo con 291.58 punti complessivi. La combinazione triplo axel, euler, quadruplo salchow – eseguita ai Giochi per la prima volta – ha fatto la differenza. Precisione, controllo, lucidità nei momenti chiave.
Shaidorov, vicecampione del mondo, è allenato anche da Ivan Righini e dal campione olimpico di Lillehammer 1994 Alexei Urmanov. Il suo successo riporta il Kazakistan sul podio olimpico dopo dodici anni. Una vittoria costruita sul lavoro, lontano dai riflettori più intensi.
Argento al giapponese Yuma Kagiyama con 280.06 punti, nonostante una caduta sulle note della Turandot, e bronzo al connazionale Shun Sato (274.90). Un podio che premia solidità e gestione, più che effetto speciale.
Resta il dato simbolico: Malinin, figlio di ex pattinatori uzbeki emigrati negli Stati Uniti, non è riuscito a trasformare il talento in oro olimpico. Non sono bastati i lacci gialli regalati come portafortuna da Alexander Ovechkin. Non è bastata l’aura del predestinato.
Chiude nono l’azzurro Daniel Grassl, penalizzato da un’intossicazione alimentare che ne ha condizionato la seconda parte di gara. Era quarto, ha perso terreno. Anche questa è una storia che scivola, ma per ragioni diverse.





