Antonio Cassano si racconta dopo il sold out di Viva el futbol a Bari: famiglia, libertà di parola e il no a un calcio di compromessi.
È stata una due giorni intensa, piena, emotivamente densa. Bari ha riabbracciato Antonio Cassano e lo ha fatto senza mezze misure: teatro sold out, pubblico arrivato da tutta la Puglia, un clima che aveva poco di celebrativo e molto di autentico. Prima di lasciare la città, Fantantonio ha scelto di raccontarsi senza scorciatoie, affidando al Corriere del Mezzogiorno parole che suonano come una sintesi limpida del suo presente.

Il ritorno a Bari Vecchia, dopo diciassette anni, non è stato un esercizio di nostalgia, ma un passaggio necessario. «Ho fatto un giro dopo diciassette anni, ho portato i bambini, mia moglie, i miei suoceri: siamo andati lì ed è stato meraviglioso, emozionante», racconta Cassano. I luoghi dell’infanzia sono ancora lì, quasi immobili nel tempo. «Solo la strada di casa, con le signore delle orecchiette, è sempre uguale». Una frase semplice, che vale più di molte ricostruzioni sociologiche.
Bari nel passato, la vita di Cassano è a Genova
Eppure, quel ritorno non apre spiragli di rientro stabile. La sua vita oggi è altrove, in un equilibrio costruito lontano dai riflettori forzati. «Ormai ho la mia tranquillità, la mia serenità con la famiglia è a Genova», chiarisce, tagliando corto su qualsiasi suggestione romantica. Bari resta un pezzo di cuore, non una destinazione futura.
Il presente, invece, si chiama Viva el futbol. Lo spettacolo portato in scena insieme a Lele Adani e Nicola Ventola ha superato ogni previsione. «La serata ha fatto registrare il pienone, quasi duemila persone. Non pensavamo a una roba del genere», ammette Cassano. Non un evento di nicchia, ma un racconto collettivo che ha coinvolto istituzioni, amici di sempre, volti noti e pubblico trasversale. Una risposta che va oltre il personaggio.
Proprio sul personaggio Cassano è netto. A chi sostiene che le sue uscite siano costruite a tavolino, replica senza giri di parole: «Io non devo crearmi il personaggio. Il giorno in cui Nicola e Lele decidono di non voler fare più niente, me ne sto a casa con la famiglia». Nessuna strategia, nessun bisogno di alimentare il rumore. «Non uso social, non uso niente. Il giorno che mi viene una cosa in testa la dico». È qui che si gioca la sua credibilità.
Il confronto con il passato, inevitabile, non lo spaventa. Cassano distingue con lucidità le emozioni: «Gasavo il pubblico quando andavo in campo. Lì era una roba diversa». Oggi il palco è divertimento, leggerezza, libertà. Allora era adrenalina pura. Due piani diversi, senza gerarchie forzate.
Infine, il tema che ritorna ciclicamente: perché non fare il dirigente? La risposta è forse la più cassaniana di tutte. «In molti club vogliono solo degli yes man. Io non faccio parte di questo genere». Nessuna voglia di adattarsi, nessuna disponibilità a essere manovrato. «Io non ho né capi, né padroni nel calcio». E conclude con una frase che chiude il cerchio: «Sono felice più di prima».





