Barletta 1922, la presa di coscienza Il 2016 si chiude con l'ennesimo passo indietro. Ripartire e vivere alla giornata

Barletta 1922, la presa di coscienza <small class="subtitle">Il 2016 si chiude con l'ennesimo passo indietro. Ripartire e vivere alla giornata</small>

La cosa più facile da fare in questo momento è trovare una similitudine e qualche punto di riferimento da cui riprendere la marcia. Il Barletta cade in casa per la seconda volta in un mese. Il Casarano fa del cinismo un’arma che ancora in molti continuano a definire fortuna, evidentemente trascurando la ripetitività ed il merito di saper sfruttare le poche occasioni create. Una flessione che ha il sapore dell’involuzione per i biancorossi, che assomigliano sempre di più alla squadra di inizio stagione scorsa, senza un pizzico di buona sorte.

Massimo Pizzulli passeggia nervosamente in area tecnica.

QUEL PIZZICO DI SFORTUNA – Con il passare delle settimane, la mano di Pizzulli diventa sempre più marcata, nonostante le difficoltà di carattere numerico e tecnico ed una ruota che non gira esattamente nel migliore dei modi. È una squadra reattiva, che attacca a testa bassa e che si fa trascinare più dalla fame che dai tecnicismi visti nella prima parte del campionato. Un giro palla operaio, finalizzato all’essenziale delle sovrapposizioni degli esterni e qualche rientro e tiro, prende il posto della manovra articolata che, spesso e volentieri, si è espressa più come vezzo narcisista che come reale mezzo di concretizzazione. La differenza con la scorsa annata, forse, è negli episodi: dal rigore di Mignogna si passa al contropiede che chiude la partita, probabilmente l’unica in cui il Barletta non ha raccolto quanto meritava.

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La risposta della Curva Nord a fine partita.

LA CONSTATAZIONE – Da tre punti potenziali, i biancorossi si ritrovano con zero effettivi. Pur con un esito che, in altre tempistiche e con altre circostanze, avrebbe fatto storcere il naso, la tifoseria ha dato atto di aver compreso alla perfezione il momento della squadra. Pochi fischi iniziali, immediatamente coperti da un applauso collettivo che ha il sapore dell’incoraggiamento e della constatazione: parlare di ambizioni, corse, lotte e rimonte non ha più senso. Non tanto i progetti stagionali, quanto la progettualità in sé è ancora una componente sconosciuta dalle parti del Manzi-Chiapulin, soprattutto quando ci si trova a fare i conti con un campionato maledetto in cui non gira assolutamente nulla e nel quale, con una serie di situazioni concatenate, si è rapidamente andati nel panico senza via d’uscita. Non è un atto di rassegnazione, ma la reale presa di coscienza di una piazza che sta imparando a conoscere l’Eccellenza per quello che è. Nessuna scalata, nessuna resurrezione, ma solo tanto fango e tanta rabbia. Con la differenza che ce ne si rende conto soltanto quando diventa realtà.

La delusione di Mignogna dopo il fischio finale.

RITROVARE SERENITÀ – Adesso, i giocatori sono i prossimi a dover imparare la lezione. Mignogna è stato il primo, con il bello scambio di sostegno tra postpartita e social network. Gli altri, ovviamente, dovranno seguire a ruota, in modo da scrollarsi di dosso un peso che sembra ancora incombente sulle loro spalle. La pausa natalizia servirà anche a questo, con l’auspicio di tornare a Gallipoli con un’altra testa e diverse convinzioni. Né brocchi né fenomeni, volendo ricondurre lo status attuale ad una massima di vecchio stampo: il Barletta non è una squadra scarsa, ma solo un gruppo troppo nervoso che rischia di impaurirsi se non ritrova tranquillità. Le tre settimane senza match ufficiali, probabilmente, arrivano al momento giusto.

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