Trip inside the human body: in archivio un weekend di confronto a Barletta Verso una futura sessione di psicologia dello sport nella Bat

Trip inside the human body: in archivio un weekend di confronto a Barletta <small class="subtitle">Verso una futura sessione di psicologia dello sport nella Bat</small>

Tempo di relazioni e risultati per il congresso internazionale “Trip inside the human body”, momento di approfondimento e studio a cavallo tra psicologia e sport ospitato dalla cornice di Palazzo della Marra, a Barletta, con l’organizzazione dell’associazione Officina della Mente. Una giornata di dati, numeri e studi, la seconda  e ultima celebrata venerdì 26 febbraio, inaugurata dal saluto del numero 1 del Coni pugliese, Elio Sannicandro: “Uno dei maggiori problemi che abbiamo e avremo è quello di fare rete tra le università e il concetto di sport-il fenomeno riscontrato dal numero 1 del comitato olimpico nazionale in Puglia-auspico un confronto continuo sulle tematiche della prevenzione e dell’allungamento della vita. Sono sicuro che si formeranno ottimi rapporti e in Puglia è sempre un belvedere vivere lo sport”.

 

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Tiziano Agostini del dipartimento di Scienze della Vita, Università di Trieste, ha raccontato del binomio tra psicologia sperimentale e sport: come migliorare l’atleta attraverso lo studio del suo sistema cognitivo? Prendendo piede dalle ricerche di Effenberg sul feedback tra suoni artificiali e sport, applicata in particolare al canottaggio, ampliando l’ambito di evoluzione ai suoni naturali. Dalla registrazione del suono del martello nel lancio, passando al golf, fino all’atletica leggera, l’effetto è stato comune: una riduzione della variabilità associata a una maggiore accuratezza della metrica. Il focus di Agostini si è però concentrato sul legame tra suono del pallone da calcio e velocità dello stesso. “Se alleniamo gli atleti a prestare attenzione all’informazione acustica, li alleneremo a rispondere anche a un particolare stimolo: questo aiuta a migliorare i tempi di reazione”.

Una tattica di gioco è più efficace se immaginata in allenamento? La ripetizione mentale di un esercizio realizzato da un muscolo infortunato facilita il recupero? Previsione del successo e legame tra immagine del sé e attività sportive hanno invece caratterizzato la relazione esposta da Sante Di Nuovo dell’Università di Catania: “Cosa immaginiamo? E in che contesto lo facciamo? E’ questa la domanda che deve farsi un atleta che voglia concorrere ad alti livelli. A tale uso è utile il modello PETTLEP (Physical, Environment, Task, Timing, Learning, Emotion, Perspective), che riunisce in sé sette componenti della preparazione e dell’applicazione dell’immaginazione ai programmi da seguire nello sport. Un ruolo fondamentale lo hanno anche i triggers, le frasi, i gesti e le parole che possono essere associate ripetutamente e sistematicamente a un’immagine mentale”. La ricetta da seguire è presto dettata: “In tutte le fasi del goal-setting, ossia dell’immaginazione dell’obiettivo, l’atleta deve inserire immagini precise”.
Sport è anche salute, fisica e mentale. Marco Guicciardi ha esposto il suo studio sul diabete di tipo 2, considerato con studio longitudinale. La conclusione? “L’autoefficacia dello sport ha senso nei primi stadi, ma è inefficiente nelle fasi intermedie. Le persone che fanno la stessa attività fisica riscontrano una maggiore aderenza nel tempo al mantenimento del senso di autoefficacia. Come conciliare il benessere fisico con quello psico-fisico? Partendo dall’analisi dei propri risultati, mentre su scala psicologica non si può pensare di fare terapia senza rispondere alle esigenze del paziente: occorre allenare le persone con attività quotidiane”.

 

Sport e doping nelle parole di Fabio Lucidi, presidente dell’A.I.P.: “La definizione di doping è quella di comportamento illecito che va contro la salute e si presenta come volontario, quando adottato con sistemi specifici”. Nel 2014 la WADA ha riscontrato 3866 casi positivi, a fronte dei 160 riscontrati dalla NADO. “Schemi che spesso rispondono alla teoria del comportamento pianificato: è studiato che chi pratica sport sia più portato a essere collaborativo rispetto a chi non lo esercita. I comportamenti che invece hanno a che fare con aspetti etici e morali fanno capo a al meccanismo del ‘disimpegno morale’: si tratta di una serie di operazioni che permettono di svincolare il comportamento dalle sue conseguenze di natura etica”. Un fenomeno sotterraneo solo in apparenza, quello dell’alterazione delle proprie prove con sostanze dopanti, che a Barletta è stato combattuto in primis da Pietro Mennea e che oggi rivive in programmi come ‘prima&doping’ e il sistema adottato dalla Gran Bretagna per la prevenzione: “Il doping è nella nostra quotidianità, ci sono anche studenti che ne fanno uso per preparare gli esami di maturità”. Un pericolo soggiacente le cui sollecitazioni ipotetiche sono state frutto dell’approfondimento di Arnaldo Zelli: “Ci sono 30 anni di letteratura, in particolare americana, a suggerirci che credenze e sistemi di credenza sono due modi distinti con cui ragioniamo sulle cose”. Zelli ha approntato studi sulle differenze tra pensiero e valutazioni, lavorando su schemi di squadra e singoli: “Abbiamo chiesto ai ragazzi di immaginarsi in situazioni ipotetiche, cercando di capire se le interpretazioni delle intenzioni di un atleta potessero fare la differenza circa le possibilità di essere a rischio quanto a uso di sostanze dopanti”. Di fronte a questa domanda, formulata interpellando atleti in Grecia, Italia e Germania, risultano quattro distinte dimensioni di ‘interpersonal appraisal’ che ha permesso di stilare un ‘indice di rischio doping’, con sei ambiti differenti: dal giudizio personale a quello riferito ai benefici di squadra, sono state rilevate “differenze evidenti nel contesto nazionale su un ambiente comune come quello europeo”.

Doping come lotta internazionale, attestata dal contributo di Andrea Petroczi dell’Università di Londra: “Oggi possediamo finalmente le tecnologie e uno status economico utile per cercare di studiare cosa ci spinge a volere un frenetico miglioramento di noi stessi. Gli studiosi della scienza dello sport oggi cercano di capire cosa separa il lavoro fisico dai processi mentali. 15 anni di ricerca si sono concentrati su cosa gli atleti fanno con il doping: occorre invece lavorare anche sulla legittimazione di chi difende e studia questo fenomeno deleterio. Il doping è progressivo e passibile solo di crescita, perché è goal-oriented, mira a un preciso obiettivo”.

I tavoli di discussione pomeridiani hanno concentrato l’attenzione sull’equilibrio tra benessere e performance : un esempio è stata la relazione tra ruminazione e performance sportiva, affrontato dallo studio condotto da Battista, Lanciano, Soleti e Curci: “Soggetti con maggiori capacità di working memory registrano meglio un compito, ma al tempo stesso sono maggiormente portati alla ruminazione e alla sensation seeking” il concetto definito attraverso studi condotti sulle performance di gruppi di nuotatori. Analisi descrittive e differenze di genere, legati agli aspetti tecnici della gara. Dalla vasca al tatami il passo è breve: un coaching efficace ha caratterizzato lo studio condotto da Luccarelli, Soleti, Lanciano e Curci dell’Università di Bari: “Il carattere dell’atleta si fonda sulla sportività, la capacità di essere competente dal punto di vista tecnico e sociale. L’obiettivo della ricerca era quello di lavorare sulle relazioni tra autoefficacia delle guide e efficacia dell’allenamento”. 23 i coach presi in esame, tutti con curriculum internazionale, con “la comprensione delle emozioni tra i punteggi più elevati registrati”. La performance dell’atleta può essere quindi predetta studiando il benessere psico-fisico del coach, attraverso “lo studio della gestione delle emozioni e della sezione Miscele”.

Quanto conta l’aspetto motivazionale nella pratica sportiva? E’ stata questa la domanda fondante della ricerca operata da Simone, Picucci, Caffò e Bosco dell’Università di Bari: “Ci possiamo attendere motivazioni intrinseche ed estrinseche differenti per ogni categoria di professionisti, così come tra dilettanti e pro. La forbice si allarga guardando all’età: la motivazione estrinseca si riduce a mano a mano che sale l’età. Traiettorie motivazionali e caratteristiche psicologiche mutano così a seconda di età e tipo di impegno agonistico: “A contare sono anche i soldi: tra i giovani agonisti il compenso economico è un fattore di motivazione importante. Di contro, guardando alle variabili di natura psico-fisica, tra cui l’ansia sociale da gara, ne sono maggiormente colpiti gli amatori degli agonisti, soprattutto quelli più avanti con gli anni”. La sportpersonship e i suoi precedenti nel contesto italiano sono stati oggetto di analisi da parte di Monacis, Carlucci, De Palo, Curci e Saggino delle università di Bari, Foggia e Chieti: da un tema “poco dibattuto nella letteratura tematica italiana, spesso indagato con la back-translation”, ha avuto il via uno studio suddiviso tra 371 atleti, attraverso l’adozione di tre modelli basati sulla relazione causa-effetto: “Atteggiamenti personali e personalità di tratto possono caratterizzare la sportpersonship: si tratta però di costrutti precedenti, entrambi significativi nel predire i comportamenti sportivi”.

La due-giorni è andata in archivio con la tavola rotonda “Sport and well-being”: protagonisti Domenico Accettura, della Federazione italiana di Medicina dello Sport, Giovanni Laquale dell’Università di Bari, Francesco Bellino dell’Università di Bari e Antonio Antefermo, ricercatore universitario. A confronto dimensioni e relazioni tra la fase psicologica e quella agonistica del soggetto che fa sport: “Da medici non dobbiamo mai tralasciare l’unicum del soggetto che abbiamo davanti-ha sottolineato Accettura-da quello cardiologico a quello organico, che fanno parte di tutte le qualità umane che vogliamo filtrare”. Da studioso di teoretica, Bellino ha puntato i riflettori sul potenziamento delle capacità umane, sempre più presente nella neuro-psicologia: “Siamo al delirio da potenziamento: ognuno cerca di andare oltre i propri limiti. Occorre recuperare i principi morali che ci aiutano a stare meglio. ‘Kalos kai agathos’. La salute è frutto delle nostre virtù, un richiamo all’equilibrio è importante per trovare un correttivo a questa tendenza”. La psicologia calata nel mondo dello sport resta una rivoluzione culturale da seguire, nel rispetto della personalità del singolo atleta: a Barletta è stato gettato il seme, non resta che attendere che la pianta germogli con il coinvolgimento di tutte le componenti locali e regionali.

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